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lunedì 23 aprile 2012

Quando spunta l'anima di un bambino

Usciti dalle belle celebrazioni pasquali mi sembra bello custodire la gioia pasquale con questa "originale" riflessione di Giacomo Poretti (di Aldo Giovanni e Giacomo). Nella notte di Pasqua abbiamo avuto il dono del battesimo della piccola Teresa. Nella nostra Cappellina dell'APR non si tratta di avvenimenti frequenti, ma credo che sia stato significativo per tutti. Abbiamo bisogno di raccoglierci in momenti simili, non soltanto per condividere un momento speciale, ma per ricevere una grazia che ci viene donata, perché nella lode e nell'accoglienza si forma e cresce la nostra identità comunitaria. Possiamo fare nostre le parole di Giacomo Poretti e chiederci ...che "anima" vogliamo donare alla nostra Comunità? 
Recupero il testo dal sito "Gli Scritti". L'articolo è stato pubblicato su La stampa del 15/4/2012. 


Appena nacque nostro figlio, venne a trovarci in ospedale un carissimo amico, mio e di mia moglie, un vecchio sacerdote che qualche anno prima ci aveva sposati: padre Bruno. Non seppe resistere alla tentazione, e come tutti gli anziani che si trovano davanti a un neonato, cominciò a sorridergli e a scherzare con la voce, prima in falsetto, poi con un timbro baritonale, infine, imitando una papera, cercò di attirare l’attenzione di quell’esserino che aveva solo qualche ora di vita. Tentò anche di improvvisare il balletto dell’orso Baloo, ma dopo un accenno di tip-tap deve essersi detto che per un anziano sacerdote di 82 anni, che solitamente impiegava la sua voce per tenere le omelie, per condurre cineforum, moderare conferenze e dirigere un centro culturale (quella era la sua molteplice attività), forse il tip-tap in una stanza di ospedale era un poco eccessivo. Ci guardò, guardò nostro figlio, poi disse: «Bene, avete fatto un corpo, ora dovrete farne un’anima!». Salutandoci sorrise e uscì dalla stanza. Guardandolo andare via mi sembrava che ballasse il tip-tap e che nemmeno Gene Kelly avesse la sua leggerezza.

Che cosa voleva dire «farne un’anima»? Io e mia moglie ci scambiammo uno sguardo interrogativo. I nove meravigliosi mesi di laboriosa gravidanza, e tutte quelle ore faticose del parto, l’avevano sfinita: umanamente non le si poteva chiedere nessuno sforzo in più in quel momento, anche perché quei 3 kg e 750 gr di esserino ai nostri occhi erano bellissimi e, benché le dimensioni prefigurassero un avvenire da brevilineo, eravamo convinti che non mancassero di nulla. Mi turbava l’idea dell’anima, mi ripromisi di dare un’occhiata su Wikipedia per saperne di più; in quel momento entrò il medico per accertarsi delle condizioni di mamma e figlio, e mentre annotava qualche dato sulla cartella clinica gli chiesi dopo quanti giorni si sarebbe manifestata l’anima, se prima o dopo i denti da latte, e se ce ne saremmo accorti da qualche prodromo tipo febbre o colichette. Lui prima mi fece sedere, mi auscultò il polso, mi obbligò a inghiottire una pastiglia e infine disse: «Deve essere stata un’esperienza un po’ scioccante per lei assistere al parto, chissà da quante ore non riposa, e poi tenere fra le braccia il proprio figlio! Lo mandiamo a casa a dormire, questo papà?».

In effetti prendere fra le braccia il proprio figlio era stata un’esperienza terrorizzante, come salire dietro ad Alonso sulla sua Ferrari mentre sta disputando il Gp del Nürburgring. Mi era sembrato di avere avuto in braccio la cosa più fragile dell’universo, più fragile di una flûte di cristallo, di quelle che si rompono sempre quando le metti in lavastoviglie; altro che un figlio, mi sembrava che stessi cullando una bomba atomica: non mi muovevo, non respiravo, non contraevo un muscolo. In genere si riesce a resistere in quelle condizioni non più di un minuto e quaranta secondi, e quando l’infermiera te lo toglie dalle mani facendolo roteare come un giocoliere tu speri di riabbracciare tuo figlio il giorno in cui si laureerà.

Farne un’anima? Dopo la prima ecografia che ci rivelò essere un maschietto, ricordo che fantasticai di farne un avvocato, un architetto, un laureato in scienze economiche; un vincitore del Pallone d’oro con la maglia dell’Inter, tutt’al più un campione di tennis, uno skipper, un produttore di vini nel Salento, uno chef da 3 stelle Michelin! Farne un anima!? Avrà senso nell’era della potenza tecnologica più dispiegata ? Cosa te ne fai di un’anima quando tra non molto potrai prenotare via Internet un drone telecomandato che te lo mandano a casa e ti stira le camicie e ti svuota la lavastoviglie? Poi torni a casa la sera e trovi il drone ridotto a ferraglia perché la tua colf lo aveva scambiato per un ladro e preso a bastonate.

Me lo immagino il confronto con gli altri genitori: «Mio figlio ha conseguito la maturità con il massimo dei voti al Liceo San Carlo, ha il diploma di miglior centrocampista offensivo conseguito quest’estate in uno stage a Rio de Janeiro, parla inglese fluently grazie alla permanenza bimestrale nel college Nathaniel Winkle di Brixton nella contea di Hampstead, e come hobby progetta applicazioni per iPad. E suo figlio?». «Stiamo cercando di fargli conseguire un’anima...». «...ma cos’è? Un liceo sperimentale, o frequenta una comunità di recupero per tossicodipendenti?».

E poi, un’anima come la si crea? Quanto incide una corretta alimentazione nel contribuire al progetto? E nel caso, sarebbe meglio una dieta iperproteica o senza glutine, oppure povera di sodio? E gli amminoacidi ramificati, la carnetina, oltre ad aumentare la massa muscolare, potrebbero far lievitare l’anima? L’anima è più sviluppata nei vegetariani o negli obesi? E quale attività sportiva predilige un’anima? Una disciplina aerobica o anaerobica? Mi spiego: è più adatta per un’anima la maratona o il curling? oppure sarebbe meglio lo sci da discesa con attrezzi curving o lo snorkeling con pinne lunghe? E poi che giochi si regalano a un bambino per agevolare il processo: pistole, frecce, Gameboy o il puzzle del Libro tibetano dei morti?


Ma soprattutto, a cosa serve un’anima? Nessuno più te la chiede; quando ti fermano i carabinieri si accontentano di patente e libretto; se acquisti su Internet, bastano carta di credito e mail e il resto del mondo pretende e desidera solo account e password! A pensarci bene, un’anima sembra la cosa più antimoderna che possa esistere, più antica del treno a vapore, più vecchia del televisore a tubo catodico, più démodé delle pattine da mettere in un salotto con la cera al pavimento; lontana come una foto in bianco e nero, bizzarra come un ventaglio, eccentrica come uno smoking e inutile come un papillon.
Telefonai a padre Bruno e chiesi: «Ma come si fa a fare un’anima?». E lui rispose: «Cominci con il ringraziare». «Chi?», domandai. «Il Padreterno che le ha donato un figlio e queste cose meravigliose che sono il mondo e la vita». «E se non ci credessi, se fosse tutto un caso?». «E lei ringrazi il caso, che non ha faticato meno del Padreterno, benedica la circostanza, ma non si dimentichi mai di ringraziare».

E poi aggiunse: «La seconda qualità dell’anima è la gentilezza, sia sempre gentile con tutti». «Anche con quelli sgarbati? Anche con quelli che ti fanno domande importune?». «Sì, sia sempre gentile e chieda: perché vuole saper proprio questa cosa? Vedrà che cambierà domanda o starà in silenzio».

Padre Bruno mi congedò perché era affaticato, mentre io avrei avuto altre cento domande da fargli a proposito dell’anima. «Le prometto che verrò a visitarla in sogno». Sorrisi della sua affermazione e dissi: «Ma non si disturbi, vengo io a trovarla in sagrestia». La notte stessa ci lasciò perché, come lui amava dire, era arrivato il giorno dell’appuntamento con la Persona più importante.

Un giorno ero assorto nei miei pensieri, quando un tizio in maniera assolutamente sgarbata mi rivolse la seguente domanda: «Perché ha parcheggiato la macchina in seconda fila?». Io misi in pratica il consiglio di padre Bruno e gentilmente chiesi: «Perché vuole farmi proprio questa domanda?». E lui: «Perché sono un vigile e questa è la sua bella contravvenzione, e mi ringrazi che oggi sono di buon umore, altrimenti gliela facevo rimuovere la sua bella macchinetta, ha capito?».

Ho ringraziato gentilmente. Ma poi guardando meglio mi accorsi che il vigile rideva, ma non solo era padre Bruno travestito. Lo stavo sognando! Mi abbracciò e chiese: «Allora come se la sta cavando con l’anima?». «Mi applico ma non ci capisco niente. Ma, padre Bruno, l’anima è una cosa che esiste solo nelle canzoni, quasi sempre in inglese...». «Si ricordi un’altra cosa: l’uomo supera infinitamente se stesso». E svanì come nella nebbia, anzi come in un sogno.

Al risveglio mi accolse il sorriso di mia moglie, e dopo essermi stiracchiato come un gatto le dissi: «Lo sai, amore, oggi sento che posso infinitamente superare me stesso». E lei rispose: «Come te la tiri!». Mi sa che ci vuole pratica per fare un’anima!




venerdì 23 dicembre 2011

Il Bambino e Gesù Bambino

Cari amici, 
vorrei condividere con voi la bella riflessione di un'amica. Nel testo non si fa riferimento alla disabilità, ma le sue parole sui "bambini" mi sembrano illuminanti anche per la nostra realtà. 

Bartolomé Esteban Murillo (1617, Sevilla - 1682, Sevilla), 
“Gesù bambino offre da bere a San Giovannino” 
1675-80, Museo del Prado, Madrid
Il Natale è la festa così vicina alla nostra umanità che il suo significato è il più facile da travisare, da deviare. Il bambino Gesù che nasce nella stalla non lo sento un rimprovero al nostro benessere, ma un concentrarsi sull’essenziale: quel poco che basta al corpo e il grandissimo, profondissimo, fedelissimo amore di una madre e di un padre per il loro bambino. I bambini dell’Occidente - quelli che riescono a ‘trovare’ un ambiente ospitale e a nascere-  sono considerati protetti da molte violenze e fortunati oggetti di numerosissime cure. Eppure capita che vengano ingannati mentre si dice loro che hanno tutto e ci si sforza in quel senso ma non si riconosce loro il fatto di essere persone che hanno un’anima. Mentre vengono tenuti come ostaggi della nostra lotta da adulti con Dio e imponiamo loro la nostra stessa distanza da Lui. Mentre non si pensa che i bambini hanno anche fame d’amore autentico e non soltanto un corpo da coccolare con pappe purissime, abiti firmati e cremine bio. Ciò può andare bene ma sicuramente non basta.  Il bambino è un embrione spirituale che ha bisogno di vivere e di nutrirsi d’amore, di coerenza, di atteggiamenti veri, di purezza, continuità, equilibrio, fermezza e generosità umana.


Il bambino è l’eterno Messia che viene a noi, diceva Maria Montessori. Il bambino è mite, è paziente, dolce, finissimo ascoltatore, lottatore anche perché ce n’è bisogno in un mondo assuefatto all’intrusione, allo stravolgimento. Il bambino è la creatura più umile, più desta e amorevole del mondo. Dovremmo riflettere su questa stupenda perfezione con cui ognuno di noi è nato e chiederci dov’è finita la piccola luce gioiosa dei nostri occhi. Soltanto i santi, i più grandi hanno saputo ritrovare la strada di una simile intensità di vita, di un’infanzia ormai divenuta spirituale. Noi gli insegniamo a mangiare, a vestirsi, a comportarsi, quanto fanno 2 più 3 ma se lo osserviamo attentamente il bambino è un piccolo maestro d’amore. Quell’amore che - se non viene stravolto da noi -  è magnanime, benevolo, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interessse, non si adira, non tiene in conto il male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Quel amore che tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.


Leggevo tempo fa nel Diario della Divina Misericordia lasciatoci da Suor Faustina Kowalska – "Pregate per i bambini."! E io mi sono chiesta: ma come ... pregare per i bambini e non per i vecchi, per i malati, per i feriti della vita!? Pregare per lui, per il bambino  già così coccolato, così protetto, così curato, che tutto ignora degli strazi del mondo!? Per molto tempo non l’avevo capito che all’amore del bambino non si può mentire, che lui ci ama così tanto che aderisce a noi con tutte le fibre del suo piccolo essere. Lui assorbe tutto da noi, anche quello che sappiamo di non aver mai detto in sua presenza. Il bambino assorbe per amore la nostra essenza più profonda, i nostri pregi, ma anche le nostre mancanze non colmate prima del suo arrivo. E allora... è un’essenza di pace pace o un’essenza di guerra la nostra? A parte il nutrimento eccellente che noi diamo al corpo dei bambini, quale nutrimento interiore siamo noi per loro?

Il bambino è sole raggiante d’amore e l’avvenire dell’umanità si sta già giocando in ogni attimo nel saper o meno accogliere questo bambino: lo vogliamo rendere simile a noi o ci laviamo mani e sguardi per ricevere degnamente questo dono di Dio? Per essere degni custodi di lui? Vedete, ho detto custodi e non suoi artefici. Per questo credo di aver capito che bisogna pregare per i bambini: affinché vengano protetti dai mali che inconsapevolmente, banalmente, mortalmente prolunghiamo in noi nel nostro oggi. Ecco l’essenza di questo Avvento che è nostro grande amico perche’ ci da tempo per pulire il castello della nostra anima in attesa di un sì grande Ospite. Ecco la bellezza dell’attesa operosa che prima purifica e guarisce per poi unire degnamente nella gioia dell’Incontro. Vivere bene l’avvento è il nostro primo gesto di amore vero nei confronti di chi deve ancora arrivare. Quando noi saremo un po’ più puliti e adorni di tutti i doni dello spirito, allora ben venga il piccolo grande ospite perche’ sarà degnamente accolto, avrà di che cosa nutrirsi bene e da chi imparare a diventare uomo.

Il Bambin Gesù e sulla sua scia ogni bambino ci offrono dolcemente la via dell’Amore e ci strappano da un Natale degli involucri, da un Natale di fame infinita e di dissoluzione. Il bambino ci indica la via del piccolissimo che ha pienezza e perfezione. Il bambino Gesù è la lettera d’amore più bella e tenera che Dio ci abbia scritto e ogni bambino la ripresenta nella nostra vita. In verità, come scriveva Rabbindranath Tagore "Ogni bimbo che nasce reca al mondo il messaggio che Dio non è ancora stanco dell’uomo" .
Buon Avvento e buon Natale a tutti!
Gabriella Molcsan
10 dicembre 2011