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martedì 15 ottobre 2013

Sciogliere nodi!

La statua della Madonna di Fatima ha visitato Roma. Papa Francesco l'ha salutata con il suo stile semplice e devoto: sabato sera in Piazza San Pietro le ha donato un rosario, poi ha toccato la statua e si è fatto il segno della croce. Il gesto della gente semplice che prega e dialoga coi santi anche nelle nostre chiese. 
Occorrerà tornare sulla devozione mariana del Papa e su queste giornate. Dopo una visita personale al papa emerito, la statua è giunta in piazza. Qui ha sostato nel punto in cui Giovanni Paolo II fu ferito dalla pallottola che oggi è incastonata nella corona della Vergine. In una manciata di ore, un 'bignami'  della storia del Novecento e del presente della Chiesa. 

Dio entra davvero nella storia. "La fede nel Figlio di Dio fatto uomo in Gesù di Nazaret non ci separa dalla realtà, ma ci permette di cogliere il suo significato più profondo, di scoprire quanto Dio ama questo mondo e lo orienta incessantemente verso di sé; e questo porta il cristiano a impegnarsi, a vivere in modo ancora più intenso il cammino sulla terra" (Lumen Fidei, 18).

Si tratta, in sintesi, di dare carne alla nostra fede.
Nella catechesi al termine della via Matris lo spiegava bene Papa Francesco:
Maria ha concepito Gesù nella fede e poi nella carne, quando ha detto “sì” all’annuncio che Dio le ha rivolto mediante l’Angelo. Che cosa vuol dire questo? Che Dio non ha voluto farsi uomo ignorando la nostra libertà, ha voluto passare attraverso il libero assenso di Maria, attraverso il suo “sì”. Le ha chiesto: “Sei disposta a questo?”. E lei ha detto: “Sì”.

Ma quello che è avvenuto nella Vergine Madre in modo unico, accade a livello spirituale anche in noi quando accogliamo la Parola di Dio con cuore buono e sincero e la mettiamo in pratica. Succede come se Dio prendesse carne in noi, Egli viene ad abitare in noi, perché prende dimora in coloro che lo amano e osservano la sua Parola. Non è facile capire questo, ma, sì, è facile sentirlo nel cuore.

Pensiamo che l’incarnazione di Gesù sia un fatto solo del passato, che non ci coinvolge personalmente? Credere in Gesù significa offrirgli la nostra carne, con l’umiltà e il coraggio di Maria, perché Lui possa continuare ad abitare in mezzo agli uomini; significa offrirgli le nostre mani per accarezzare i piccoli e i poveri; i nostri piedi per camminare incontro ai fratelli; le nostre braccia per sostenere chi è debole e lavorare nella vigna del Signore; la nostra mente per pensare e fare progetti alla luce del Vangelo; e, soprattutto, offrire il nostro cuore per amare e prendere decisioni secondo la volontà di Dio. Tutto questo avviene grazie all’azione dello Spirito Santo. E così, siamo gli strumenti di Dio perché Gesù agisca nel mondo attraverso di noi.

Il Papa traccia la via. Lo abbiamo visto tutti ad Assisi, nelle carezze e nei gesti di tenerezza che ha avuto per i disabili dell'istituto Seraphicum. Chiama anche noi a seguire l'umiltà e il coraggio di Maria.

Beata Maria Vergine di Fatima,
con rinnovata gratitudine per la tua presenza materna
uniamo la nostra voce a quella di tutte le generazioni
che ti dicono beata.

Celebriamo in te le grandi opere di Dio,
che mai si stanca di chinarsi con misericordia sull’umanità,
afflitta dal male e ferita dal peccato,
per guarirla e per salvarla.

Accogli con benevolenza di Madre
l’atto di affidamento che oggi facciamo con fiducia,
dinanzi a questa tua immagine a noi tanto cara.
Siamo certi che ognuno di noi è prezioso ai tuoi occhi
e che nulla ti è estraneo di tutto ciò che abita nei nostri cuori.

Ci lasciamo raggiungere dal tuo dolcissimo sguardo
e riceviamo la consolante carezza del tuo sorriso.
Custodisci la nostra vita fra le tue braccia:
benedici e rafforza ogni desiderio di bene;
ravviva e alimenta la fede;
sostieni e illumina la speranza;
suscita e anima la carità;
guida tutti noi nel cammino della santità.

Insegnaci il tuo stesso amore di predilezione
per i piccoli e i poveri,
per gli esclusi e i sofferenti,
per i peccatori e gli smarriti di cuore:
raduna tutti sotto la tua protezione
e tutti consegna al tuo diletto Figlio, il Signore nostro Gesù.
Amen.

venerdì 1 marzo 2013

Chiesa e Primato di Dio. Antologia minima di Benedetto XVI.


Mentre il papa sorvolava Roma nella commozione generale il professore apriva il seminario biblico con una barzelletta. Pronunciata in inglese da un tedesco assumeva toni piuttosto stranianti, ma la riciclo comunque perché, dopotutto, mi sembrava azzeccata.

Karl Rahner, Joseph Ratzinger ed Hans Küng (per chi non lo sapesse Rahner, gesuita, è stato uno dei più importanti teologi del ‘900, Küng, teologo anche lui e coetaneo di Ratzinger – lo chiamò ad insegnare a Tubinga - ha poi molto criticato la chiesa Cattolica fino a proporre tesi non ortodosse) vanno in pellegrinaggio in Terra Santa. Giunti in Galilea, davanti al Lago di Tiberiade Rahner propone audacemente: “Forza, facciamo come Gesù! Camminiamo sulle acque!”. Dopo qualche esitazione Rahner è invitato a provare per primo. Parte e.. attraversa il lago avanti e indietro! Poi tocca a Ratzinger che senza troppa preoccupazione parte e attraversa il lago avanti e indietro. Alla fine tocca a Küng. Parte e dopo qualche passo ..affonda nell’acqua! Gli altri due restano subito stupiti, poi Rahner rivolgendosi a Ratzinger dice: “ma come? Non gli avevi detto dov’erano le pietre sotto il pelo dell’acqua?” e Ratzinger: “Quali pietre?”

       In questi otto anni non l’abbiamo visto camminare sulle acque ma, saldo nella fede, Papa Benedetto ha guidato la Chiesa attraverso momenti non facili. L’immagine del mare in cui la barca della Chiesa rischia di affondare ha accompagnato molti dei suoi discorsi, a partire da quella memorabile Via Crucis del 2005, quando Papa Wojtyla, ormai allo stremo e aggrappato alla croce, seguì dal suo appartamento il commento e le preghiere del Cardinale Ratzinger:

“Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo”.

Le cadute di Adamo non sono mancate: alcune, più recenti, particolarmente vistose. L’ottobre scorso, quando una grande fiaccolata ha ricordato il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Benedetto è tornato sulla stessa immagine:

“Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: «il Signore dorme e ci ha dimenticato .. Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica... Cristo vive, è con noi anche oggi, e possiamo essere felici anche oggi perché la sua bontà non si spegne; è forte anche oggi!”.

Anche nel 2010 quando chiudeva l’Anno dedicato al Sacerdozio il buio e la tempesta avevano agitato le acque:

“proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, sono venuti alla luce i peccati di sacerdoti .. Se l’Anno Sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario: il diventare grati per il dono di Dio, dono che si nasconde “in vasi di creta” e che sempre di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo amore” (11 giugno 2010).

L’ultima udienza di Papa Benedetto ha fatto sintesi, attraverso parole semplici e commosse, di due aspetti chiave del pontificato: il primato di Dio e la riflessione sulla Chiesa.
Oggi possiamo dirlo senza timore di smentita: Pietro ha confermato i fratelli, indicando con insistenza il primato di Dio. Nella Chiesa - lo ha ribadito spesso- non è possibile adottare la logica del potere o del successo. Soltanto nella logica del servizio,  del “cuore che vede”, possiamo realizzare la vocazione cui ci chiama il Signore. E’ Lui il protagonista e se è Lui che chiama donerà anche la forza di compiere ciò che chiede:

Piazza San Pietro durante l'ultima udienza di Papa Benedetto XVI
“Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto la ferma certezza che mi ha sempre accompagnato: questa certezza della vita della Chiesa dalla Parola di Dio. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie debolezze. E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare”.

Il primato di Dio non si traduce in cieca sottomissione. Si tratta, piuttosto, di entrare in un rapporto intimo e profondo con Dio, lasciarsi catturare da una relazione originaria, che realizza l’uomo e lo rende felice, fin quasi a renderlo semplice e fiducioso come un bambino. Nella piazza gremita per l’ultima udienza la commozione era palpabile. Il papa teologo si è mostrato ancora di più il padre, anzi, il nonno che apre il cuore ai nipoti:

"Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano  In una bella preghiera da recitarsi quotidianamente al mattino si dice: «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano…»”.

E’ la preghiera che ci ripeteva la zia quando, piccini, ci insegnava a pregare.
A Madrid, nella memorabile veglia travagliata da vento e acquazzoni, il Papa indicava ai giovani l’essenziale, il rapporto con Dio che cambia e realizza pienamente ogni esistenza:

“Sì, cari amici, Dio ci ama. Questa è la grande verità della nostra vita e che dà senso a tutto il resto. Non siamo frutto del caso o dell’irrazionalità, ma all’origine della nostra esistenza c’è un progetto d’amore di Dio. Rimanere nel suo amore significa quindi vivere radicati nella fede, perché la fede non è la semplice accettazione di alcune verità astratte, bensì una relazione intima con Cristo .. Se rimarrete nell’amore di Cristo, radicati nella fede, incontrerete, anche in mezzo a contrarietà e sofferenze, la fonte della gioia e dell’allegria. La fede non si oppone ai vostri ideali più alti, al contrario, li eleva e li perfeziona. Cari giovani, non conformatevi con qualcosa che sia meno della Verità e dell’Amore, non conformatevi con qualcuno che sia meno di Cristo”.

Chi mette Dio al primo posto sa di non amputare l’umano. La ragione stessa, illuminata dalla verità si affaccia su orizzonti infiniti. Un altro grande capitolo del pontificato di Benedetto è l’impegno profuso a dimostrare la ragionevolezza del Cristianesimo ed a rilanciare il dialogo con il mondo della cultura in un tempo di crisi e ripiegamento. Una preoccupazione particolarmente legata al mondo occidentale e alla cultura di riferimento del papa, ma cruciale per il mondo intero. Nell’omelia per l’apertura dell’anno della fede Benedetto XVI tornava a parlare della crisi del nostro tempo. “In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale”: l’antidoto più efficace è “La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo”. Il primato di Dio si traduce in un’espressione ormai celebre del suo pontificato:

“Quaerere Deum – cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura”  (Incontro con il mondo della cultura al Collège des Bernardins, Parigi, 12 settembre 2008).

Nella sua Parola Dio si è comunicato all’uomo, si lascia trovare. La sua esortazione post-sinodale Verbum Domini, ad esempio, dovrà essere ancora a lungo meditata. Non è però il momento di sintesi esaustive sul magistero di Benedetto, mi accontento qui di qualche citazione che ricordo in modo speciale e di segnalare le parole della sua ultima udienza:

“la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia”.

Il riferimento al primato di Dio assumeva toni programmatici fin dalla prima omelia, per l’inizio del pontificato, il 24 aprile 2005:

“E’ proprio così – nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. E’ proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perché in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo”.

Ma il passaggio più toccante dell’ultima udienza propone una riflessione sul mistero della Chiesa che ribalta ogni chiacchiera sulle logiche di potere e sgombra il campo dalle insistenti accuse sui complotti e le dinamiche da apparato della Chiesa visibile.

“E’ vero che ricevo lettere dai grandi del mondo – dai Capi di Stato, dai Capi religiosi, dai rappresentanti del mondo della cultura eccetera. Ma ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che mi scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella Chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi!”

A Cuatro Vientos, durante la veglia con i Giovani di cui sopra, Benedetto parlava ancora della Chiesa:

“Non si può seguire Gesù da soli. Chi cede alla tentazione di andare «per conto suo» o di vivere la fede secondo la mentalità individualista, che predomina nella società, corre il rischio di non incontrare mai Gesù Cristo, o di finire seguendo un’immagine falsa di Lui.
Aver fede significa appoggiarsi sulla fede dei tuoi fratelli, e che la tua fede serva allo stesso modo da appoggio per quella degli altri. Vi chiedo, cari amici, di amare la Chiesa, che vi ha generati alla fede, che vi ha aiutato a conoscere meglio Cristo, che vi ha fatto scoprire la bellezza del suo amore”.

L’anno precedente, ad Erfurt, (24 settembre 2011) in occasione del suo ultimo viaggio in Germania lo aveva già espresso con chiarezza:

“La fede è sempre anche essenzialmente un credere insieme con gli altri. Nessuno può credere da solo...Il fatto di poter credere lo devo innanzitutto a Dio che si rivolge a me e, per così dire, “accende” la mia fede. Ma molto concretamente devo la mia fede a coloro che mi sono vicini e che hanno creduto prima di me e credono insieme con me. Questo grande “con”, senza il quale non può esserci alcuna fede personale, è la Chiesa”.

Il noi della Chiesa è però accompagnato da testimoni speciali, i santi, gli amici che ci hanno preceduto nella fede tracciando una scia luminosa. Forse non è un caso che Benedetto abbia dedicato le sue udienze ai santi – dagli apostoli, ai padri della chiesa, ai santi del nostro tempo- e alla preghiera dei Salmi.

“Si può criticare molto la Chiesa . Noi lo sappiamo, -diceva rivolgendosi ai giovani durante la Messa conclusiva della GMG di Colonia -  e il Signore stesso ce l'ha detto: essa è una rete con dei pesci buoni e dei pesci cattivi, un campo con il grano e la zizzania. Papa Giovanni Paolo II, che nei tanti beati e santi ci ha mostrato il volto vero della Chiesa, ha anche chiesto perdono per ciò che nel corso della storia, a motivo dell'agire e del parlare di uomini di Chiesa, è avvenuto di male. In tal modo fa vedere anche a noi la nostra vera immagine e ci esorta ad entrare con tutti i nostri difetti e debolezze nella processione dei santi, che con i Magi dell'Oriente ha preso il suo inizio. In fondo, è consolante il fatto che esista la zizzania nella Chiesa. Così, con tutti i nostri difetti possiamo tuttavia sperare di trovarci ancora nella sequela di Gesù, che ha chiamato proprio i peccatori. La Chiesa è come una famiglia umana, ma è anche allo stesso tempo la grande famiglia di Dio, mediante la quale Egli forma uno spazio di comunione e di unità attraverso tutti i continenti, le culture e le nazioni”.


 La grande famiglia dei santi chiama all’appello. Aderire al Signore e seguirlo con il dono di sé non ci estrania dal mondo, ma ci rende capaci di trasformarlo. La via che conduce alla trasformazione deve passare attraverso le purificazioni della preghiera, vedere in essa il centro gravitazionale della nostra esistenza. Benedetto XVI ha ribadito con insistenza, soprattutto con l’esempio, il valore della liturgia e la sensibilità per il sacro dettato dalla presenza. Ma se sorge la tentazione di parlare di devozione esteriore o si glorifica una tradizione si percorrono piste sbagliate e superficiali. Il primato è di Dio ed esige una conversione profonda e sincera:  


“L’amore di Dio può effondere la sua forza solo quando gli permettiamo di cambiarci dal di dentro. Noi dobbiamo permettergli di penetrare nella dura crosta della nostra indifferenza, della nostra stanchezza spirituale, del nostro cieco conformismo allo spirito di questo nostro tempo. Solo allora possiamo permettergli di accendere la nostra immaginazione e plasmare i nostri desideri più profondi. Ecco perché la preghiera è così importante: la preghiera quotidiana, quella privata nella quiete dei nostri cuori e davanti al Santissimo Sacramento e la preghiera liturgica nel cuore della Chiesa. Essa è pura ricettività della grazia di Dio, amore in azione, comunione con lo Spirito che dimora in noi e ci conduce, attraverso Gesù, nella Chiesa, al nostro Padre celeste. Nella potenza del suo Spirito, Gesù è sempre presente nei nostri cuori, aspettando quietamente che ci disponiamo nel silenzio accanto a Lui per sentire la sua voce, restare nel suo amore e ricevere la “forza che proviene dall’alto”, una forza che ci abilita ad essere sale e luce per il nostro mondo” (Veglia con i giovani, Gmg di Sydney, 2008).

La preghiera non isola, ma apre ad una vita pienamente immersa nella comunione della Chiesa. Per questo la scelta del Papa non si può interpretare come una resa:

“Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio”.

La rinuncia al ministero petrino, pronunciata l’11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes, pone sotto il sigillo di Maria la decisione del papa, nato il 16 aprile, giorno in cui si celebra Santa Bernadette Soubirous.

“Nel giorno del mio compleanno e del mio Battesimo, il 16 aprile, -precisava il Papa nell’omelia per la Messa in occasione del suo 85° compleanno- la liturgia della Chiesa ha posto tre segnavia che mi indicano dove porta la strada e che mi aiutano a trovarla. In primo luogo, c’è la memoria di santa Bernadette Soubirous, la veggente di Lourdes; poi, c’è uno dei Santi più particolari della storia della Chiesa, Benedetto Giuseppe Labre; e poi, soprattutto, c’è il fatto che questo giorno è sempre immerso nel Mistero Pasquale, nel Mistero della Croce e della Risurrezione, e nell’anno della mia nascita è stato espresso in modo particolare: era il Sabato Santo, il giorno del silenzio di Dio, dell’apparente assenza, della morte di Dio, ma anche il giorno nel quale si annunciava la Risurrezione”.

Può così chiudere questa piccola antologia un passaggio dell’omelia pronunciata il 14 settembre 2008 a Lourdes:

“è significativo che, al momento della prima apparizione a Bernadette, Maria introduca il suo incontro col segno della Croce. Più che un semplice segno, è un’iniziazione ai misteri della fede che Bernadette riceve da Maria. Il segno della Croce è in qualche modo la sintesi della nostra fede, perché ci dice quanto Dio ci ha amati; ci dice che, nel mondo, c’è un amore più forte della morte, più forte delle nostre debolezze e dei nostri peccati. La potenza dell’amore è più forte del male che ci minaccia. E’ questo mistero dell’universalità dell’amore di Dio per gli uomini che Maria è venuta a rivelare qui, a Lourdes. Essa invita tutti gli uomini di buona volontà, tutti coloro che soffrono nel cuore o nel corpo, ad alzare gli occhi verso la Croce di Gesù per trovarvi la sorgente della vita, la sorgente della salvezza”.
Gli alunni del Collegio Capranica salutano il papa che lascia Roma

domenica 14 ottobre 2012

50 anni dopo. Una fiaccolata con papa Benedetto.


Si chiama Joseph, ma non fa il papa. Anzi, si direbbe che un po’ ce l’abbia pure con lui. Siamo all’indomani del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e dell’avvio dell’Anno della Fede. Da bravo seminarista attento alle circostanze del momento presente mi documento sulla storia del Concilio con un libretto comprato per l’occasione. Alla stregua di qualche poeta romantico affacciato su mari di nebbia e rovine gotiche in cerca di ispirazione mi sistemo bel bello in Piazza San Pietro col libro nuovo di pacca. In realtà attendo amici e dissimulo pose situazioniste rincantucciandomi tra le colonne del porticato del Bernini. Ma c’è spazio per poche pagine perché nel frattempo arriva Joseph. Ha l’aspetto di un reduce, uno di quei soldati vestiti di grigio topo dell’esercito di Cecco Beppe. E’ austriaco ma ha sulle spalle il peso di qualche trauma, di una disgrazia capitata in Italia. Vive per strada, ma veste distinto – nonostante i calzoni corti- e con grande dignità. “Questi preti non hanno umanität : basta guardarli”. Ce ne sono più o meno per tutti. Visto il tipo, però, c’è poco da rispondere. “C’erano due uccellini caduti dal nido. Sono passate suore, preti: nessuno si è fermato! Non hanno visto che avevano bisogno di cura? Ho perso due ore per trovare il posto più vicino per farli curare. Poi loro allevano e quando sanno volare lasciano liberi. Questi preti parlano molto dolce, ma non hanno zenzo della realtà”. Con tutta la buona volontà mi accingo a perorare la causa della santa chiesa cattolica. E’ una battaglia persa e la storia di quei due uccellini mi ronza nella testa.


Si chiama Joseph e fa il papa. Il giorno precedente, la sera dell’11 ottobre, si è affacciato sulla piazza colma di gente, per lo più giovani con le candele accese in ricordo della fiaccolata che cinquant’anni fa accompagnò l’apertura del Concilio e ascoltò il celebre ‘discorso alla luna’ di Giovanni XXIII, quello che tutti ricordano per la ‘carezza ai bambini’. Anche il Papa ha sulle spalle il peso di qualche trauma, porta con sé “le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” per usare il celebre attacco della Gaudium et Spes. Dalla camera dei ricordi è Joseph che parla, a braccio e un po’ commosso : “Cinquant’anni fa, in questo giorno, anche io sono stato qui in Piazza .. Eravamo felici .. e pieni di entusiasmo. Il grande Concilio Ecumenico era inaugurato; eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa”. Dalla camera vaticana è il papa che parla: “In questi cinquant’anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania .. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: «il Signore dorme e ci ha dimenticato»”. Parole che gelano la piazza canterina e ammansita dal ricordo del Papa buono. “Il fuoco dello Spirito Santo – prosegue il Papa - il fuoco di Cristo non è un fuoco divoratore, distruttivo; è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà, di bontà e di verità, che trasforma, dà luce e calore. Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica... Cristo vive, è con noi anche oggi, e possiamo essere felici anche oggi perché la sua bontà non si spegne; è forte anche oggi!”.

Possibile che dopo cinquant’anni, dopo il grande sforzo di aggiornamento attuato dal Concilio, dopo la poderosa riflessione sulla Chiesa elaborata in quegli anni lo stesso Papa descriva con parole così drammatiche la Chiesa e le sue vicissitudini? Forse anche di questo c’era bisogno. Per quanti progressi si possano maturare nell’aggiornare strumenti e strutture con essi non intacchiamo l’essenziale. Per quanto numerosi possano essere i giovani che affollano le piazze (che bisogno c’è poi di contarsi sempre?) o i cattolici che si rendono vivaci e presenti in parrocchia o nella rete, non è con i numeri, né con post, né con tag o cinguettii che si misura l’opera dello Spirito. 

Certamente la storia passa per i grandi della gerarchia ed i buoni e influenti teologi, ma gli ingranaggi decisivi si scoprono nei luoghi più impensati, spesso nel grigio e nelle tenebre in cui operano i santi e vivono i più piccoli tra i piccoli. Così, infatti, dove non sarebbe arrivato il Concilio Vaticano I e oltre, è arrivata una povera illetterata dei Pirenei. Poi da Lourdes, passando anche per Lisieux (solo per fare un esempio noto a tutti) il testimone è passato a tre pastorelli di Fatima a cui sono stati consegnati i misteri più gravi del secolo. La grande storia si piega alla preghiera, cede il fianco a ciò che è nascosto ed umile per confondere i potenti ed i sapienti di questo mondo. Così è stato anche nei momenti più bui del secolo come insegnano Edith Stein, Padre Kolbe e François Xavier Van Thuan. Nei piccoli, infatti, Cristo può parlare e rivelarsi con maggiore forza e splendore. Altrimenti occorre spezzarsi, frantumare le proprie sovrastrutture sul legno della croce per tornare come loro e abbandonarsi completamente a Dio. “In un punto decisivo della via cristiana la natura deve andare con Cristo alla morte. La sua crescita rettilinea deve rompersi, la sua visione deve trasformarsi in notte, la sua accurata compiacenza di sé in maltrattamento”. E un passaggio nodale che è garanzia di maturità, che permette di operare quel cambiamento di mentalità per cui non agiamo e pensiamo più come se Dio “fosse alle nostre spalle” e toccasse a noi programmare la via migliore e più feconda, ma “camminiamo in attesa aperta, verso di Lui”. Così diceva Hans Urs Von Balthasar, il grande teologo in Chi è il Cristiano?: un testo acuto e dirompente composto nel 1965, all’indomani della conclusione del Concilio. “Possiamo avvicinarci a Dio solo se, al di la di tutti i nostri propri problemi, rimane in noi lo spazio libero per ciò che la sua volontà ha di inatteso”. E’ una disposizione che passa per una vera e propria ‘espropriazione’. Per la chiesa tale espropriazione, che pure si avvia nelle aperture al mondo segnate dal Concilio, si trasforma in umiliazione. Un’umiliazione che chiede il perdono, così come lo ha ripetutamente formulato Giovanni Paolo II nel suo pontificato e soprattutto in occasione del Giubileo del 2000, ma è un’umiliazione, prosegue il teologo “da cui viene spontaneo il termine vergogna, e non ci si deve sforzare di liberarsene”. E difatti, anche volendo, non è per niente facile liberarsene. Anzi, dalla radice cattiva spuntano sempre nuovi polloni.

Quando nel 2010 volava verso Fatima Benedetto XVI sembrava parlare proprio di questo ai giornalisti che lo incalzavano sul terzo mistero: “anche qui, oltre questa grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano ... Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi diversi, fino alla fine del mondo ... la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa ... Con una parola, dobbiamo ri-imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza e le virtù teologali. Così rispondiamo, siamo realisti nell’attenderci che sempre il male attacca, attacca dall’interno e dall’esterno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che, alla fine, il Signore è più forte del male, e la Madonna per noi è la garanzia visibile, materna della bontà di Dio, che è sempre l’ultima parola nella storia”. E’ una visione della storia e della chiesa che non si recupera sui libri, né si descrive con i numeri o le categorie degli analisti moderni: “la preghiera, la sofferenza, l’obbedienza di fede, la disponibilità (forse non sfruttata), l’umiltà, sfuggono ad ogni statistica”. E’ facile nei bar, come nelle sagrestie ( e perfino nei seminari e/o collegi) smarcarsi dalla vergogna e dall’espropriazione parlando di trame di palazzo, di berrette e partiti interni: “non è possibile – ammonisce ancora il vecchio Balthasar – che il cristiano voglia esigere e stare a guardare come la Chiesa viene espropriata e umiliata, senza veder compiersi questo salutare processo nella sua esistenza”.

50 anni dopo il concilio il Papa invita a tornare sui testi, gli autentici interpreti dei segni dei tempi. Con essi e con la fatica penata per elaborarli, il Concilio si “è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento”. Le oscurità e le fatiche non verranno mai meno e sono il banco di prova dei nostri entusiasmi apostolici. Anche i santi più ardenti e coraggiosi ci si sono scontrati. San Giovanni Battista proclamava con parole di fuoco che il Messia era vicino: “Già la scure è posta alla radice degli alberi”! Ma poi, in attesa del supplizio, mandò dalla sua cella i discepoli a chiedere conferma. San Francesco Saverio, il grande evangelizzatore dell’Oriente, si diceva pronto a dare la vita per Cristo e la Chiesa così come dice il Vangelo: “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”. Però, come scrive in una lettera “quantunque il latino e il significato in genere di queste parole del Signore sia facile da intendere”, quando la situazione precipita davvero “tutto si fa così buio che il latino, pur essendo tanto chiaro, comincia ad offuscarsi, e in tal caso mi sembra che lo possa intendere solo colui al quale, per dotto che sia, Dio Nostro Signore lo vuole palesare in momenti particolari e per la Sua infinita misericordia”. Non a tutti il Signore chiede prove così esigenti, ma a tutti chiede il salto della fede. E’ un salto difficile, ma che apre alla speranza e alla gioia, perché, dice il Papa, “la fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo”. “Cristiano – chiosa, invece von Balthasar – è l’uomo che vive di fede, che cioè ha regolato tutta la sua esistenza sull’unica possibilità apertagli da Gesù Cristo, il figlio di Dio, obbediente per noi tutti fino alla croce: quella di partecipare al sì obbediente, che redime il mondo, detto da Dio”. E se attorno alla Chiesa gravita il male, proprio la  feconda riflessione del Concilio ci ha dischiuso una prospettiva ricchissima sulla chiesa come mistero, comunione fra gli uomini e fra il cielo e la terra, chiesa come popolo chiamato universalmente alla santità, orientato, nella storia, sulla via della salvezza.

Sui marciapiedi della cronaca, invece, più precisamente quelli intorno a San Pietro, incrocio una signora devota. Lei, vedova con molti figli, torna dalla preghiera in chiesa. “Eh..sono vecchia, sa? ottantun’anni!”. E’ l’esordio tipico di chi vuole attaccare bottone e infatti la signora sorride prosegue e racconta: “Io abito qua vicino..ma sa che dalla terrazza vedevo papa Giovanni Paolo?”. Provo a dribblarla, ma lei insiste e mi dice di averlo sempre visto pregare, lui solo che camminava con il breviario in mano su una terrazza. Un papa, dunque, dei giorni feriali e dei momenti qualunque che diventa maestro di preghiera. Sono curiose le vie dello Spirito, ma passano quasi sempre per la carne e le parole degli uomini. Il cristiano che tiene Cristo davanti a sé non può fare a meno di correre incontro e insieme al fratello. “Tuttavia – e per l’ultima volta cito lo scritto di von Balthasar- dentro il fratello che incontra egli scorge il Figlio dell’uomo che per lui è morto e per lui interpone l’intercessione presso il Padre. Egli lo scorge dietro ognuno, dietro il mondo intero. Di ciò si nutra la sua speranza. .. la speranza dei cristiani non corre via dalla storia, ma lungo la storia corre verso la fine”.

Gli occhi di Joseph – quello che non fa il papa - pur nella maestosità della piazza berniniana, hanno saputo scorgere due uccellini caduti dal nido. Con il suo accento tedesco prosegue la sua requisitoria ora guardando dritto davanti a sé, come per concentrarsi o rammaricarsi di come stanno le cose, poi, di tanto in tanto, volgendo lo sguardo indietro ad una borsa che tiene accanto ai suoi piedi. “Chissà cosa ci tiene? Magari i pochi spiccioli o qualche vestito..”. Ma poi, quando si alza per salutarmi scorgo che nella borsa è avvolto un cucciolo: un cagnolino nero mezzo addormentato. Joseph lo accarezza con una tenerezza infinita che stride con gli accenti polemici di qualche minuto primo. “Si chiama Stella. E’ molto, molto tenera”. La tenerezza è un linguaggio universale, anche gli uomini più duri e arrabbiati finiscono per cedere di fronte ad un gesto di tenerezza. Anche gli animali sono sensibili alla tenerezza e perfino le bestie più temibili cedono di fronte alle coccole. Forse è per questo che quelle parole di cinquant’anni fa sono rimaste nella storia e nei cuori di tutti: “portate una carezza ai vostri bambini..”. Da chi custodisce la tenerezza ed ha occhi per le cose minime si può molto sperare.


Il mio libro sulla storia del concilio ha perso un po’ di interesse. Confesso che volevo saperne di più su contrasti tra tradizionalisti e progressisti, conoscerne i nomi, le svolte e le battute di arresto. C’è molto da leggere su questo. Ma che almeno tutto sia propedeutico a leggere il mondo e gli uomini. E per questo ci vuole la vista fine che allenano soprattutto la preghiera e l’amore. Così, nell’intreccio tra luce e tenebre proprio della storia i piccoli hanno un ruolo privilegiato. A loro, in modo particolare, papa Giovanni affidò la preghiera per il concilio: ai bambini “la cui innocenza e le cui preghiere a nessuno sfugge quanto valgano presso Dio, sia gli ammalati e i sofferenti, persuasi che i loro dolori e la loro vita, assai simile ad una immolazione, in virtù della Croce di Cristo si tramutano in una valida supplica, in salvezza, in fonte di vita più santa per la Chiesa intera”. Messe da parte le ri-letture, nuove attraenti letture ci aspettano.

Il Joseph papa, affacciato dalla finestra, si sarà pure sentito in obbligo di citare il beato predecessore. Ma in effetti, non poteva che concludere così: «Andate a casa, date un bacio ai bambini e dite che è del Papa».

sabato 15 settembre 2012

Ricominciare dal Volto..sabato 29 settembre!

In qualche ricettacolo della memoria, tra le pieghe nascoste del cuore, nei sogni o nelle indirette elaborazioni della mente, in questo e in molto altro, c’è un volto. Quel volto. Forse possiamo intravederlo nella persona amata, nell’amico più amico, eppure tra gli uomini la ricerca non trova risposta definitiva.

Alcuni di noi hanno ancora in mente il Volto Santo di Manoppello. Nel nostro pellegrinaggio di fine agosto ci siamo spinti fino a questo oscuro paesino abruzzese in cui è custodito un oggetto davvero singolare. 
Nella chiesa dei Cappuccini di Manoppello c’è un velo molto sottile, tessuto di bisso, una fibra preziosa ricavata da un mollusco. Un velo semitrasparente che porta impresso il volto di un uomo. Un primo sguardo può lasciare interdetti ed alimentare la sensazione che si tratti di un dipinto quattrocentesco, opera, peraltro, di un pittore piuttosto mediocre. E’ il volto di uomo con barba e capelli lunghi, gli occhi aperti in uno sguardo mite e una bocca semiaperta che sembra accennare qualcosa e, talvolta, aprirsi ad un sorriso.  A guardare bene, però, sul volto appaiono macchie scure, visibili sul naso, nel sopracciglio, tra la barba. Macchie di sangue o di siero che corrispondono perfettamente a quelle visibili sul volto dell’uomo della sindone.
Chi si avvicina e lo vede dal vivo misura immediatamente quanto il riflesso della luce ed il punto di vista influiscano sulla percezione dell’immagine. Basta spostarsi leggermente per mettere a fuoco la trama di bisso, oppure per riconoscere le macchie di sangue o di siero impresse sul velo. Ma lo sguardo può anche andare oltre e puntare su ciò che sta dietro ed è visibile in trasparenza.
E’ il volto di Gesù?
Misteriose e avvincenti peripezie hanno condotto fino a Manoppello questo strano oggetto che alcuni fanno coincidere con la Veronica, il velo con il volto di Cristo particolarmente venerato a Roma in età medievale. Ma per quanto possano suscitare curiosità ed interesse queste storie il fascino di questo velo interpella direttamente chi lo guarda. Forse si tratta della disponibilità continua di offrirsi allo sguardo dei curiosi o dei pellegrini. Quel volto silenzioso si lascia guardare e ci guarda. Sembra ascoltare e interessarsi alle vicende umane pur senza restarci imprigionato. E più lo si guarda più si scoprono i segni del dolore, le ferite, il sangue che bagna quel viso che ispira la pace. Più si contempla più si schiude un sorriso dalle labbra. “Guardandolo” – suggeriva Don Renato, quando qualche anno fa realizzò un piccolo dono con il volto santo – “cresce l’amore”.

C’è il volto di Gesù. Ci sono i volti dei ragazzi. Chi sta accanto a loro con curiosità, poi con interesse, amicizia e anche amore scopre che servendoli “cresce l’amore”. Manoppello è dietro l’angolo anche qui a Pistoia, o Montecatini. L’estate è un tempo privilegiato per la scoperta di questi volti. Spesso sono volti altrettanto misteriosi e silenziosi. Non parlano o non comunicano con le parole. Portano ferite interiori o segni esterni. Ma spesso, stando con loro, si aprono al sorriso e lo suscitano. Al mare ci sono volti simpatici, volti di bimbi e di mamme, volti che si addormentano, ridono e (qualche volta) piangono. Volti di chi è soddisfatto prima e dopo il pasto, volti di fronte a un gelato! Volti tra le onde del mare e tra i giochi sulla spiaggia. Volti che confessano segreti nelle camere più o meno disordinate. Volti di chi prega, canta o danza.

Sappiamo stare in silenzio e in contemplazione di questi volti? Con i più gravi succede spesso di sentirsi di fronte all’orlo di un grande abisso, di fronte ad un mistero insondabile.  Si può stare davanti a loro per guardarli e provare a capire. Ma lì davanti scorgiamo prima le nostre debolezze, poi qualcuno che ci interpella. Infine troviamo l’altro, quel nome che dice  tutta la persona. 
Ecco, a quel punto, pur con tutti i gradi di incompiutezza che ci sono propri- è possibile dire: “lo conosco!”, “so chi è”, “conosco il suo nome!”. 
Sono passaggi che in fin dei conti avvengono con chiunque sperimenti un incontro più serio. Ma è in questi passaggi che avviene il miracolo e tra me e l’altro si rivela Gesù!  

Così nasce e cresce la fede. Finché non incontriamo il volto di Gesù andiamo per sentito dire. Finché Dio rimane un’idea la nostra fede è filosofia. Finché non lo riconosciamo nei volti dei fratelli la fede è soltanto morale. Forse è anche da qui che dobbiamo ripartire per coltivare l’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI. Dai volti dei ragazzi e delle loro famiglie nasce la scoperta che spinge alla testimonianza. “Vieni e vedi!”. Ci viene spesso da ripeterlo agli amici o a chi non conosce la nostra realtà. 

La testimonianza che nasce dal volto, cresce con la gioia e la condivisione, è la nostra missione. Riflettiamoci insieme anche in vista della GMG 2013 che si struttura attorno a questo tema: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19).


C’è però un’altra categoria di volti non meno sorprendente. Sono i volti dei volontari! E’ una delle grandi ricchezze della nostra realtà, ma talvolta è anche la più fluida ed eterogenea. Il volto di Gesù, nel e con il volto dell’altro non può lasciare indifferente anche il nostro!
Vorrei affidarmi e affidarci alle parole di un “maestro” che ha imparato tutto (e tutto daccapo) dai piccoli. Si tratta di un brano tratto dall’ultimo libro di Jean Vanier (Segni. Sette parole per Sperare, Ed. San Paolo, Milano 2011), che così riporta al capitolo intitolato “Comunità”:
“Il sistema sociale dominante del momento perverte la vita di comunità e le relazioni. Perché in genere ci sono dei centri specializzati per questi e dei centri specializzati per quelli: ospedali, case di cura, luoghi di aggregazione elitari ecc. Tutti si circondano di muri. La maggior parte dei centri professionali sono altamente specializzati, accolgono soltanto una categoria ben precisa di persone. La creazione di una comunità dell’arca diventa sempre più complicata per via di regolamenti specifici, di una normalizzazione che detta legge. I simili devono stare con i simili. Come creare dei luoghi in cui i cuori possano essere toccati e donarsi gli uni gli altri in una vita di relazione? Come creare spazi in cui sia possibile l’incontro .. luoghi in cui la vita circoli a partire dai quali possa esserci una scambio profondo? Come possono riprender speranze le nostre società, se non grazie a questi spazi umani e comunitari? Abbiamo bisogno di luoghi di appartenenza di questo tipo: aperti e relazionali. In posti del genere, forse, diventiamo capaci di recuperare ciò che molte istituzioni hanno perso e fatto perdere di vista: un senso del corpo. La debolezza dei corpi ci può insegnare a far corpo tra noi, formando piccole comunità, vulnerabili e solidali, una sorta di “comunità dal Basso.

 Attorno ai nostri corpi fragili, già oggi c’è qualcosa di nuovo che nasce, ad esempio sul piano delle cure palliative. Ma c’è il rischio di voler risolvere ogni cosa grazie ad un volontariato individuale per non dire individualista. Per questo occorre ancora una volta provare a immaginare momenti di condivisione tra volontari. Lo dico con un po’ di rimpianto: non so se all’Arca riusciamo a programmare e a tener fede a incontri del genere. Viviamo dei momenti di grande vicinanza con le persone con un handicap, viviamo insieme delle belle celebrazioni, ma tra volontari, tra assistenti ci sono abbastanza momenti di condivisione, tempi di scambio di ciò che ognuno vive e sperimenta?”

Da qui vogliamo ripartire anche noi, per questo la Comunità Maria Madre Nostra e i volontari APR si ritroveranno insieme sabato 29 settembre p.v ore 17.00 presso la cappellina di San Biagio. Seguirà momento conviviale! Vi aspettiamo numerosi e calorosi!

martedì 27 marzo 2012

Chi ci parla di Gioia?



Cari amici, ma chi ci parla di gioia?
Papa Benedetto continua a farlo con una certa insistenza. Certo suona almeno curioso che a (quasi) 85 anni si possa parlare di gioia ai giovani. Come se vostro nonno continuasse a ripetervelo ogni volta che vi vede! Al nipote medio verrebbe da pensare: o al nonno gl'è presa bene ..oppure qualche segreto l'avrà scoperto davvero!
Del papa, per fortuna, non abbiamo bisogno di dubitare!
Vi "incollo" qualche passaggio del Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù di quest'anno, intitolata, non a caso: "Siate sempre lieti nel Signore!" (Fil. 4,4).
Mi sembra una buona preparazione per la..gioia Pasquale!



Trovare e conservare la gioia spirituale nasce dall’incontro con il Signore, che chiede di seguirlo, di fare la scelta decisa di puntare tutto su di Lui. Cari giovani, non abbiate paura di mettere in gioco la vostra vita facendo spazio a Gesù Cristo e al suo Vangelo; è la strada per avere la pace e la vera felicità nell’intimo di noi stessi, è la strada per la vera realizzazione della nostra esistenza di figli di Dio, creati a sua immagine e somiglianza.
Cercare la gioia nel Signore: la gioia è frutto della fede, è riconoscere ogni giorno la sua presenza, la sua amicizia: «Il Signore è vicino!» (Fil 4, 5); è riporre la nostra fiducia in Lui, è crescere nella conoscenza e nell’amore di Lui. L’«Anno della fede», che tra pochi mesi inizieremo, ci sarà di aiuto e di stimolo. Cari amici, imparate a vedere come Dio agisce nelle vostre vite, scopritelo nascosto nel cuore degli avvenimenti del vostro quotidiano. Credete che Egli è sempre fedele all’alleanza che ha stretto con voi nel giorno del vostro Battesimo. Sappiate che non vi abbandonerà mai. Rivolgete spesso il vostro sguardo verso di Lui. Sulla croce, ha donato la sua vita perché vi ama. La contemplazione di un amore così grande porta nei nostri cuori una speranza e una gioia che nulla può abbattere. Un cristiano non può essere mai triste perché ha incontrato Cristo, che ha dato la vita per lui.

Cari amici, la gioia è intimamente legata all’amore: sono due frutti inseparabili dello Spirito Santo (cfr.Gal 5, 23). L’amore produce gioia, e la gioia è una forma d’amore. La beata Madre Teresa di Calcutta, facendo eco alle parole di Gesù: «si è più beati nel dare che nel ricevere!» (At 20, 35), diceva: «La gioia è una rete d’amore per catturare le anime. Dio ama chi dona con gioia. E chi dona con gioia dona di più». E il Servo di Dio Paolo VI scriveva: «In Dio stesso tutto è gioia poiché tutto è dono» (Esort. ap. Gaudete in Domino, 9 maggio 1975).
Pensando ai vari ambiti della vostra vita, vorrei dirvi che amare significa costanza, fedeltà, tener fede agli impegni. E questo, in primo luogo, nelle amicizie: i nostri amici si aspettano che siamo sinceri, leali, fedeli, perché il vero amore è perseverante anche e soprattutto nelle difficoltà. E lo stesso vale per il lavoro, gli studi e i servizi che svolgete. La fedeltà e la perseveranza nel bene conducono alla gioia, anche se non sempre questa è immediata.
Per entrare nella gioia dell’amore, siamo chiamati anche ad essere generosi, a non accontentarci di dare il minimo, ma ad impegnarci a fondo nella vita, con un’attenzione particolare per i più bisognosi. Il mondo ha necessità di uomini e donne competenti e generosi, che si mettano al servizio del bene comune. Impegnatevi a studiare con serietà; coltivate i vostri talenti e metteteli fin d’ora al servizio del prossimo. Cercate il modo di contribuire a rendere la società più giusta e umana, là dove vi trovate. Che tutta la vostra vita sia guidata dallo spirito di servizio, e non dalla ricerca del potere, del successo materiale e del denaro.

Vorrei richiamare un terzo elemento per entrare nella gioia dell’amore: far crescere nella vostra vita e nella vita delle vostre comunità la comunione fraterna. C’è uno stretto legame tra la comunione e la gioia. Non è un caso che san Paolo scriva la sua esortazione al plurale: non si rivolge a ciascuno singolarmente, ma afferma: «Siate sempre lieti nel Signore» (Fil 4, 4). Soltanto insieme, vivendo la comunione fraterna, possiamo sperimentare questa gioia. Il libro degli Atti degli Apostoli descrive così la prima comunità cristiana: «spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore» (At 2, 46). Impegnatevi anche voi affinché le comunità cristiane possano essere luoghi privilegiati di condivisione, di attenzione e di cura l’uno dell’altro.

A volte viene dipinta un’immagine del Cristianesimo come di una proposta di vita che opprime la nostra libertà, che va contro il nostro desiderio di felicità e di gioia. Ma questo non risponde a verità! I cristiani sono uomini e donne veramente felici perché sanno di non essere mai soli, ma di essere sorretti sempre dalle mani di Dio! Spetta soprattutto a voi, giovani discepoli di Cristo, mostrare al mondo che la fede porta una felicità e una gioia vera, piena e duratura. E se il modo di vivere dei cristiani sembra a volte stanco ed annoiato, testimoniate voi per primi il volto gioioso e felice della fede. Il Vangelo è la «buona novella» che Dio ci ama e che ognuno di noi è importante per Lui. Mostrate al mondo che è proprio così!
Siate dunque missionari entusiasti della nuova evangelizzazione! 





per chi vuole leggerlo interamente:
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/youth/documents/hf_ben-xvi_mes_20120315_youth_it.html

mercoledì 31 agosto 2011

UNA SINTESI DELLA GMG? LE PAROLE DEL PAPA!


Rileggere il messaggio preparato da Benedetto XVI per la Veglia a Cuatro Vientos mi ha quasi commosso. La veglia, d’altra parte, è stato il momento dolente di tutta la GMG: l’acqua, il vento, il discorso mancato del Papa, un’evidente disorganizzazione e lo smarrimento generale. Non era certamente il momento più opportuno per ascoltare con attenzione un’omelia. Una volta a casa però, sorprende il contenuto semplice e diretto del testo preparato per la veglia. Il discorso è breve e senza giri di parole e mancano passaggi più scopertamente teologici, già presenti nei discorsi di Colonia e Sydney.



Sì, cari amici, Dio ci ama. Questa è la grande verità della nostra vita e che dà senso a tutto il resto. Non siamo frutto del caso o dell’irrazionalità, ma all’origine della nostra esistenza c’è un progetto d’amore di Dio. Rimanere nel suo amore significa quindi vivere radicati nella fede, perché la fede non è la semplice accettazione di alcune verità astratte, bensì una relazione intima con Cristo che ci porta ad aprire il nostro cuore a questo mistero di amore e a vivere come persone che si riconoscono amate da Dio.

Se rimarrete nell’amore di Cristo, radicati nella fede, incontrerete, anche in mezzo a contrarietà e sofferenze, la fonte della gioia e dell’allegria. La fede non si oppone ai vostri ideali più alti, al contrario, li eleva e li perfeziona.

Cari giovani, non conformatevi con qualcosa che sia meno della Verità e dell’Amore, non conformatevi con qualcuno che sia meno di Cristo.

Nella vita le prove non mancano mai, ma la tempesta di Cuatro Vientos lascia intuire in una forma decisamente esperienzale che cosa significa scoprire “in mezzo a contrarietà e sofferenze, la fonte della gioia e dell’allegria”! Nei momenti in cui infierivano l’acqua e il vento e noi cantavamo a squarciagola per tenere allegri i ragazzi, il canto sapeva davvero di preghiera ed i sorrisi e l’allegria dei ragazzi di vera gioia. Nel testo, pur breve, il papa non ha mancato di inserire un riferimento alla sofferenza. Le scoperte più importanti e dirompenti dell’età giovanile non sono forse l’amore e la sofferenza?


Egli, che prese su di sé le nostre afflizioni, conosce bene il mistero del dolore umano e mostra la sua presenza piena di amore in tutti coloro che soffrono. E questi, a loro volta, uniti alla passione di Cristo, partecipano molto da vicino alla sua opera di redenzione. Inoltre, la nostra attenzione disinteressata agli ammalati e ai bisognosi sarà sempre una testimonianza umile e silenziosa del volto compassionevole di Dio.

Cari amici, che nessuna avversità vi paralizzi! Non abbiate paura del mondo, né del futuro, né della vostra debolezza.
Il Signore vi ha concesso di vivere in questo momento della storia, perché grazie alla vostra fede continui a risuonare il suo Nome in tutta la terra.

Dopo un passaggio dedicato alla scoperta della propria vocazione, la conclusione risponde chiaramente alla domanda più urgente, quella che ogni giovane pellegrino si pone durante e dopo la GMG: “Come fare continuare questa gioia? Come si puà vivere da cristiani? Come essere testimoni?” 

Cari giovani, per scoprire e seguire fedelmente la forma di vita alla quale il Signore chiama ciascuno di voi, è indispensabile rimanere nel suo amore come amici. E come si mantiene l’amicizia se non attraverso il contatto frequente, la conversazione, lo stare uniti e il condividere speranze o angosce? Santa Teresa di Gesù diceva che la preghiera è «conversare con amicizia, stando molte volte in contatto da soli con chi sappiamo che ci ama» (cfr Libro della vita, 8).

Vi invito, quindi, a rimanere ora in adorazione di Cristo, realmente presente nell’Eucarestia. A dialogare con Lui, a porre davanti a Lui le vostre domande e ad ascoltarlo. Cari amici, prego per voi con tutta l’anima. Vi supplico di pregare anche per me. Chiediamo al Signore, in questa notte, attratti dalla bellezza del suo amore, di vivere sempre fedelmente come suoi discepoli. Amen!

Il concetto è ribadito anche nell’omelia della mattina successiva con maggiori puntualizzazioni:

Non si può seguire Gesù da soli. Chi cede alla tentazione di andare «per conto suo» o di vivere la fede secondo la mentalità individualista, che predomina nella società, corre il rischio di non incontrare mai Gesù Cristo, o di finire seguendo un’immagine falsa di Lui.

Aver fede significa appoggiarsi sulla fede dei tuoi fratelli, e che la tua fede serva allo stesso modo da appoggio per quella degli altri. Vi chiedo, cari amici, di amare la Chiesa, che vi ha generati alla fede, che vi ha aiutato a conoscere meglio Cristo, che vi ha fatto scoprire la bellezza del suo amore. Per la crescita della vostra amicizia con Cristo è fondamentale riconoscere l’importanza del vostro gioioso inserimento nelle parrocchie, comunità e movimenti, così come la partecipazione all’Eucarestia di ogni domenica, il frequente accostarsi al sacramento della riconciliazione e il coltivare la preghiera e la meditazione della Parola di Dio.

L’adorazione conclusiva è stata il cuore di tutta la veglia. La pioggia e il vento sono cessati per il tempo necessario alla preghiera e alla benedizione finale, mentre nella spianata di Cuatro Vientos si è creato un silenzio immediato, praticamente assoluto. In quei momenti, disorientato dal temporale e incerto sullo svolgimento della veglia, mi preoccupavo per i pellegrini più giovani: “Che idea si faranno in questo marasma? E che penseranno di questo papa stanco e invecchiato, a mala pena coperto dagli ombrelli da una serqua di cerimonieri e ministranti? Che idea si faranno della Chiesa e di una serata così incerta, in cui nessuno offre chiarimenti e gli organizzatori sembrano dimenticarsi di questa folla sterminata di pellegrini?”. Ma poi, inginocchiato in preghiera davanti a Gesù Eucarestia, mi diventava sempre più chiaro, nella mente e nel cuore, che il Papa è quello che invita e addita, il “servus servorum”, e che il centro di ogni GMG non è il Papa, e in fondo nemmeno i giovani, ma Gesù Cristo! Gesù è realmente presente in questi momenti di grazia! Gesù stesso passa, chiama e provoca oggi così come ha fatto con i discepoli. Quella sera e nei giorni precedenti Egli era presente nell’eucarestia, nel sacramento della riconciliazione, nella preghiera, nell’ascolto della Parola e nell’opera dei ministri della Chiesa, nella Sua Chiesa, nei ragazzi della Comunità: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Provare a chiedere…per credere!

La mattina successiva alla Veglia, verso le 6.00 mi sono alzato dal sacco a pelo. Intorno c’era molto sonno: una distesa a perdita d’occhio di giovani addormentati uno accanto all’altro. Di ritorno dai bagni ho incrociato uno dei tendoni che custodivano il Santissimo Sacramento. C’era molta gente in preghiera inginocchiata in silenzio di fronte al tabernacolo. Mi sono unito a loro mentre il buio trascolorava nel chiarore dell’alba e la spianata si rianimava lentamente. Ancora una volta le parole del papa, quelle che avrebbe pronunciato poco dopo, durante l’omelia del mattino sono calzanti per descrivere quel momento di grazia speciale:

“La fede non è frutto dello sforzo umano, della sua ragione, bensì è un dono di Dio: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne, né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Ha la sua origine nell’iniziativa di Dio, che ci rivela la sua intimità e ci invita a partecipare della sua stessa vita divina. La fede non dà solo alcune informazioni sull’identità di Cristo, bensì suppone una relazione personale con Lui, l’adesione di tutta la persona, con la propria intelligenza, volontà e sentimenti alla manifestazione che Dio fa di se stesso. Così, la domanda «Ma voi, chi dite che io sia?», in fondo sta provocando i discepoli a prendere una decisione personale in relazione a Lui. Fede e sequela di Cristo sono in stretto rapporto.

(…)  Cari giovani, anche oggi Cristo si rivolge a voi con la stessa domanda che fece agli apostoli: «Ma voi, chi dite che io sia?». 

Rispondetegli con generosità e audacia, come corrisponde a un cuore giovane qual è il vostro. Ditegli: Gesù, io so che Tu sei il Figlio di Dio, che hai dato la tua vita per me. Voglio seguirti con fedeltà e lasciarmi guidare dalla tua parola. Tu mi conosci e mi ami. Io mi fido di te e metto la mia intera vita nelle tue mani. Voglio che Tu sia la forza che mi sostiene, la gioia che mai mi abbandona.